La Montagna che Ispira: La protesi e l’Adamello – di Pierluigi Donna

Questo report è dedicato a tutti i “protesizzati”, operati, ricuciti e, tuttavia, amanti della montagna.

La protesi all’anca disse al suo corpo: “portami in Adamello, non ci sono mai stata”.
-“Eh, certo…” il corpo rispose, “ta fet bel, te, giovane e fresca di fattura, ma tutto il resto è vecchio di settant’anni.
E poi, in questo periodo, il Gnutti è tutto occupato e non si può sostare di notte, e all’Ugolini rischiamo di trovarci una banda di gnari!”

-“Pota” disse la protesi (che è bresciana anche lei), “andiamo e torniamo in giornata.
Dai, metti la maglia del CAI Rovato che ti da forza e spirito e ‘ndom!”
Come si fa, pensò il corpo, a tirarsi indietro difronte ad una simile provocazione?
Forza Umberto, te che ta set șuen, ramponi, imbraghi, cordino di sicurezza e si fa la Terzulli; per me che son vecchio, a parte quest’anca nuova di zecca, zaino leggero.

Alle 3 sveglia. Alle 5, dalla Premassone, la frontale non basta a coprire le orecchie pizzicate da un fresco… quasi freddo.La protesi spinge come una batteria, tutto il resto segue con qualche perplessità.
Il Gnutti, al passaggio, dorme ancora.

Alla Terzulli poca gente: il sole indora per ora solo le cime.
La giovanissima protesi mostra tutta l’intenzione di voler staccare gli inseguitori. Il corpo la segue contagiato dall’entusiasmo.
Anche il ghiacciaio mostra i segni del tempo che cambia, ricorda un po’ la pelle di un vecchio elefante.

Pazienza.
La vetta dell’Adamello, la giornata serena, la temperatura ideale e il panino del mezzogiorno, ripagano (come affermava anche una giovane alpinista in una sua precedente esperienza) con quella moneta che non si trova nelle banche, nei registratori di cassa, nelle casseforti e nemmeno può stare in nessun portafogli.

I due giovani, Umberto e la protesi all’anca, sono qui per la prima volta e sono raggianti.
Un peccato dover tornare, ora, almeno per due motivi: lasciare quel luogo e sopportare le lamentele delle articolazioni, quelle non ancora robotiche.

Infatti, dai primi passi fino alle Scale del Miller, il corteo di protesta, capitanato dalle ginocchia ancora originali, non smette se non per brevi tratti con i suoi soliti slogan: scricchiolii, frecciate, sussulti…
-“eh ma che torcol!” dice l’anca bresciana al corpo “che spetet a cambiai?”
-“Figüret! Finchè in salita reggono non se ne parla proprio! E te, dat de fa e porta pazienza”

E la chiudiamo lì, con quel sorriso ironico, misto tra scherno e soddisfazione, con il quale pensi già alla prossima cima.

Ah, ora il giovane Umberto vuole la maglia del CAI Rovato, pare che faccia miracoli.

– Pierluigi Donna