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I portatori d’alta quota: le figure dimenticate dell’alpinismo himalaiano
Senza i portatori nepalesi e pakistani, la storia dell’alpinismo sarebbe completamente diversa. Un tributo a figure spesso anonime che hanno reso possibili le imprese più celebri.
Quando pensiamo alle grandi conquiste dell’alpinismo himalaiano, la memoria corre subito a pochi nomi: Hillary, Messner, Bonatti. Sono i volti che compaiono nei libri di storia, nelle foto in bianco e nero sulla vetta, nei documentari celebrativi. Ma dietro — anzi, spesso davanti — a ogni spedizione che ha scritto la storia dell’alpinismo, c’è stato un esercito silenzioso di uomini che ha portato il peso reale dell’impresa: letteralmente, sulle spalle.
Sono i portatori d’alta quota: sherpa nepalesi, balti e hunza pakistani, gli uomini che hanno fissato le corde, scavato i campi, trasportato tonnellate di materiale attraverso ghiacciai e seraccate, spesso senza l’attrezzatura tecnica di cui disponevano i loro “clienti” occidentali. Senza di loro, la maggior parte delle vette himalaiane sopra gli ottomila metri sarebbe rimasta inviolata per decenni.

Il peso della storia
Fin dalle prime spedizioni britanniche all’Everest negli anni Venti, i portatori nepalesi — in particolare gli sherpa dell’area del Khumbu — si rivelarono indispensabili. La loro capacità di lavorare in quota, frutto di generazioni vissute a ridosso degli ottomila, non era un dettaglio folkloristico: era la condizione stessa di possibilità delle spedizioni.
Il nome che tutti conoscono è quello di Tenzing Norgay, che il 29 maggio 1953 raggiunse la vetta dell’Everest insieme a Edmund Hillary. Eppure anche la sua storia racconta bene lo squilibrio: Hillary venne nominato cavaliere dalla Corona britannica, mentre a Tenzing fu inizialmente riconosciuta una medaglia di rango inferiore, la George Medal — una disparità che all’epoca sollevò polemiche in Nepal e in India.
Quella vicenda è, in un certo senso, la sintesi di un intero secolo: i portatori come co-protagonisti indispensabili sul campo, ma relegati a comprimari nella narrazione ufficiale.

Chi sono davvero gli sherpa
Vale la pena chiarire un equivoco diffuso: “sherpa” non è un sinonimo generico di “portatore”, ma il nome di un popolo di etnia tibetana insediato da secoli nella regione del Khumbu, alle pendici dell’Everest. La loro fisiologia — sviluppata in generazioni di vita sopra i 3.000-4.000 metri — li rende straordinariamente efficienti nell’uso dell’ossigeno in quota, un vantaggio biologico reale oltre che culturale.
Ma ridurre il loro ruolo alla sola resistenza fisica sarebbe un altro errore. Gli sherpa che lavorano oggi sulle spedizioni himalaiane sono spesso alpinisti di altissimo livello tecnico: aprono le vie, fissano le corde fisse attraverso la Khumbu Icefall, allestiscono i campi in quota, e non di rado salgono la montagna più volte nella stessa stagione — mentre i clienti occidentali tentano una sola ascensione.
Numeri che raccontano un’impresa invisibile
Se c’è un nome che oggi rappresenta meglio di ogni altro questa dedizione silenziosa, è quello di Kami Rita Sherpa. Nato a Thame, nel Solukhumbu, in una famiglia di guide — suo padre fu tra i primi sherpa professionisti dopo l’apertura dell’Everest agli alpinisti stranieri nel 1950 — Kami Rita ha salito l’Everest per la prima volta nel 1994. Da allora non ha mai smesso: il 17 maggio 2026 ha raggiunto la vetta per la 32ª volta, stabilendo ancora una volta il proprio record mondiale, superato pochi giorni dopo il traguardo delle 30 salite raggiunto in precedenza e più volte rinnovato negli anni. Nessun altro essere umano ha mai calpestato la cima del mondo così tante volte.
Nella stessa stagione, un altro record silenzioso: Lhakpa Sherpa ha raggiunto il suo 11° summit dell’Everest, il numero più alto mai realizzato da una donna — un’ulteriore testimonianza di quanto il contributo delle comunità himalaiane all’alpinismo mondiale resti, ancora oggi, sottostimato rispetto alla sua reale portata.
Sono numeri che dovrebbero far riflettere: un portatore-guida sale una singola montagna decine di volte nell’arco della carriera, attraversando ogni stagione gli stessi crepacci, gli stessi tratti di ghiaccio instabile, la stessa “zona della morte” sopra gli 8.000 metri — non per un sogno personale una tantum, ma come lavoro quotidiano, stagione dopo stagione.
Non solo Nepal: i portatori del Karakorum
Se l’Himalaya nepalese ha reso celebre la parola “sherpa”, il Karakorum pakistano ha la sua storia parallela, meno raccontata ma altrettanto fondamentale. I portatori balti dell’area del Baltoro e gli hunza della Valle di Hunza sono stati determinanti in tutte le grandi spedizioni al K2, al Gasherbrum, al Broad Peak.
Le condizioni in cui hanno spesso operato erano — e in parte restano — ancora più dure di quelle nepalesi: temperature estreme, attrezzatura rudimentale, compensi ridotti. Le cronache delle prime spedizioni italiane e straniere al K2 raccontano di colonne di centinaia di portatori impegnati solo per il trasporto del materiale fino al campo base, un’impresa logistica immane che precedeva di settimane anche solo il tentativo di scalata vero e proprio.

Un tributo dovuto, non retorico
Raccontare i portatori d’alta quota non significa cedere alla retorica del “vero eroe dimenticato” per poi tornare, la settimana dopo, a raccontare solo le imprese degli alpinisti occidentali. Significa riconoscere un dato strutturale: la storia dell’alpinismo himalaiano è, da sempre, una storia a due mani — quella di chi firma il libro e quella di chi, spesso, ha aperto la via.
Oggi qualcosa sta cambiando: nomi come quello di Kami Rita Sherpa hanno conquistato una visibilità internazionale impensabile decenni fa, e cresce l’attenzione — anche mediatica — sulle condizioni di lavoro, la sicurezza e i compensi dei portatori. Ma la strada verso un racconto realmente equilibrato dell’alpinismo d’alta quota è ancora lunga.
La prossima volta che leggerete di una spedizione himalaiana, provate a chiedervi non solo chi ha raggiunto la vetta, ma chi ha reso quella vetta raggiungibile.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
Te lo sei perso?: Scapat a la guerò – di Domenico Franzelli










