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Il permafrost sta cedendo: cosa cambia per chi va in montagna
Il disgelo del permafrost sta modificando le Alpi in tempo reale — crolli di seracchi, vie classiche che cambiano, sentieri che scompaiono.
I dati e le implicazioni pratiche per l’escursionismo avanzato.
C’è una parola che fino a pochi anni fa restava confinata ai testi di glaciologia e che oggi compare sempre più spesso nei bollettini meteo-nivologici e nelle cronache di crollo: permafrost. È il terreno che resta sotto zero per almeno due anni consecutivi, presente in gran parte dell’arco alpino sopra i 2.300-2.500 metri. Quando è saldo, funziona come un vero e proprio cemento naturale: tiene insieme i detriti dei versanti e riempie le fratture della roccia, garantendo la stabilità di pareti e creste. Quando si scalda e comincia a fondere, quel collante viene meno — e la montagna, semplicemente, si sgretola.
Cosa dicono i dati
Non si tratta più di un fenomeno teorico o lontano nel tempo. Le rilevazioni più recenti restituiscono un quadro netto:
- Nelle Alpi italiane la temperatura del permafrost è aumentata in media di circa 0,3°C per decennio dagli anni ’80 a oggi, un incremento che in molti versanti ha già superato la soglia critica di stabilità geomeccanica.
- Rilievi ad alta risoluzione condotti nel settore alpino nord-orientale hanno individuato segnali attivi di degradazione su una quota significativa delle pareti esposte a nord tra i 2.800 e i 3.500 metri, con microfratture in espansione.
- Nell’estate 2025 circa mezzo milione di metri cubi di roccia si sono staccati dalla Cima Falkner, nelle Dolomiti di Brenta, costringendo all’evacuazione di centinaia tra escursionisti e turisti. I geologi hanno confermato che il crollo è stato innescato dalla degradazione del permafrost: quando il blocco si è staccato, sotto si è visto il ghiaccio che fino a quel momento aveva tenuto insieme la parete.
- In Val di Pejo, tra il 2021 e il 2025, il versante del Careser ha registrato numerosi crolli superiori ai 50 metri cubi, statisticamente collegati ai periodi di anomalia termica prolungata.
- Sul Cervino, a fine giugno 2026, per la prima volta è piovuto oltre i 4.000 metri: l’acqua che si infiltra nella roccia trasporta calore in profondità molto più efficacemente dell’aria, accelerando ulteriormente il disgelo del permafrost e il distacco di blocchi.
- In Svizzera, decine di sentieri (oltre 70 solo nella scorsa stagione, dalla Bassa Engadina al Basso Vallese) sono rimasti chiusi fino all’autunno inoltrato per instabilità legate al clima.

Come ha dichiarato Piero Carlesi, presidente del comitato scientifico del CAI, non si era mai osservato un aumento così marcato dei crolli rocciosi in così poco tempo, e la causa principale va ricondotta senza ambiguità alla crisi climatica.
Per approfondire il fenomeno alla radice, in Italia e Austria è attivo il progetto transfrontaliero Frost.ini (coordinato dall’OGS di Trieste, con Provincia di Bolzano, Eurac Research e altri partner), che sta installando sonde di monitoraggio profonde fino a 20 metri su siti pilota come il Grossglockner e realizzando “gemelli digitali” dei versanti più a rischio per prevederne l’evoluzione nei prossimi decenni.
Cosa cambia concretamente per chi cammina e arrampica
Per chi frequenta la montagna con un minimo di ambizione — vie normali ai quattromila, creste, ferrate d’alta quota, escursionismo su terreno glaciale o misto — il punto centrale è questo: le regole empiriche che funzionavano per decenni non sono più affidabili.
1. La partenza mattutina protegge meno di prima. Il vecchio principio “parti presto e rientra prima che il sole scaldi” restava valido finché il pericolo principale era la neve. Con il permafrost degradato, l’instabilità della roccia non segue più solo il ciclo giorno-notte: un versante può restare pericoloso anche nelle ore fredde, e i crolli si registrano sempre più spesso proprio nei momenti di massima frequentazione, indipendentemente dall’orario.
2. Le vie normali ai quattromila attraversano terreno più esposto ai seracchi. Diversi itinerari classici si sviluppano su tratti oggi molto più esposti alla caduta di seracchi rispetto a vent’anni fa. Il crollo della Marmolada nel 2022 resta il caso più tragico e noto, ma non è un episodio isolato: è indicativo di una tendenza strutturale.
3. Le relazioni delle vie invecchiano più in fretta. Placche una volta solide possono presentarsi lisciate o marce, chiodi e soste possono non essere più affidabili, e i vecchi attacchi di via possono richiedere tratti di avvicinamento su roccia instabile non descritti nelle guide. Le relazioni cartacee, anche recenti, vanno sempre verificate con le informazioni più aggiornate disponibili (rifugisti, gestori, bollettini locali, relazioni online aggiornate dalla comunità).
4. I sentieri possono chiudere anche in piena stagione. Non solo alta quota tecnica: anche percorsi escursionistici “normali” possono essere interrotti da frane improvvise legate al disgelo, con chiusure che in alcuni casi durano l’intera stagione estiva. Programmare un’uscita con largo anticipo, senza controllare le condizioni a ridosso della data, è oggi più rischioso che in passato.
5. Serve un cambio di approccio, non solo di attrezzatura. Come sottolineano i ricercatori che seguono il fenomeno da vicino, la vera sfida è mentale prima ancora che tecnica: bisogna abituarsi all’idea che un itinerario percorso con sicurezza l’anno scorso potrebbe non essere più lo stesso, e che la pianificazione a lungo termine di una salita è diventata strutturalmente più incerta.
Indicazioni pratiche per l’uscita
- Verificare le condizioni a ridosso della partenza, non solo la settimana prima: bollettini dei rifugi, gruppi social locali, aggiornamenti delle sezioni CAI di zona e dei gestori di rifugio sono oggi più affidabili delle guide storiche.
- Diffidare delle relazioni “classiche” non aggiornate di recente, specialmente su pareti esposte a nord sopra i 2.800 metri o su versanti con ghiacciai di roccia noti.
- Evitare i canaloni e i tratti sotto seracchi nelle ore calde, ma senza illudersi che la sola partenza anticipata elimini il rischio.
- Segnalare alle sezioni CAI e ai gestori dei rifugi eventuali crolli, frane o cambiamenti significativi osservati lungo un itinerario: l’aggiornamento delle relazioni dipende sempre più dalle segnalazioni dirette di chi frequenta la montagna.
- Valutare alternative meno esposte quando le condizioni non sono chiare, ricordando che rinunciare non è un fallimento ma una scelta tecnica.
La montagna che conosciamo dalle guide scritte trent’anni fa non è più, in molti punti, la stessa montagna. Non è una ragione per smettere di frequentarla, ma per farlo con uno sguardo più attento e meno fiducioso nelle abitudini acquisite.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
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