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Walter Bonatti e il Pilastro del Frêney: solitudine, ambizione e limite
L’estate 1961, la tragedia del Frêney, le quattro morti. E poi Bonatti che torna, solo, a fare i conti con quella montagna. Una storia di carattere raro.
Ci sono luoghi, in montagna, che smettono di essere solo roccia e ghiaccio e diventano memoria collettiva. Il Pilone Centrale del Frêney, sul versante italiano del Monte Bianco, è uno di questi: un nome che dovrebbe evocare il bosco di frassini da cui deriva, e che invece, da più di sessant’anni, evoca soprattutto una tragedia.
Il tentativo
Nel luglio del 1961 il Pilone Centrale era ancora vergine: una delle ultime grandi pareti inviolate delle Alpi. Walter Bonatti ci aveva già provato nel 1959, con l’amico di sempre Andrea Oggioni. Due anni dopo ritenta l’impresa, questa volta con Oggioni e Roberto Gallieni. Al Bivacco della Fourche, la notte tra il 9 e il 10 luglio, la cordata italiana incontra quella francese di Pierre Mazeaud, Antoine Vieille, Pierre Kohlmann e Robert Guillaume. Decidono, forse è già il primo errore, di unire le forze e salire insieme: sette alpinisti fortissimi, ma sette è un numero pesante su una parete che non perdona.
La salita procede bene fino a un’ottantina di metri dalla cima, all’altezza della Chandelle. Poi il tempo cambia, e non è un semplice temporale estivo: è una tempesta che si scatena con una violenza fuori misura e che non concede tregua per giorni. Bloccati in parete, senza possibilità né di salire né di scendere, i sette bivaccano tra fulmini, neve e temperature ben sotto lo zero. Le scorte finiscono. Il freddo e la fame cominciano a fare il loro lavoro.

La ritirata e le morti
Quando finalmente tentano la discesa, è ormai un atto disperato più che una scelta. Sul Ghiacciaio del Frêney, tra le Rochers Gruber e il Colle dell’Innominata, la montagna comincia a chiedere il suo conto: Antoine Vieille muore di sfinimento, Robert Guillaume precipita in un crepaccio. Bonatti, l’unico che sembra conservare ancora lucidità e forza, guida quel che resta del gruppo, attrezza le calate, va avanti a cercare la via. Con Gallieni raggiunge per primo il rifugio per lanciare l’allarme, ma è tardi: quando i soccorsi tornano sul luogo, trovano già morti Pierre Kohlmann e, poco dopo, Andrea Oggioni. Si salvano solo in tre: Bonatti, Gallieni e Mazeaud.
L’eco della tragedia è enorme, in Italia come in Francia. E, come spesso accade quando il dolore cerca un colpevole, si scatenano polemiche feroci contro Bonatti: lo si accusa, senza fondamento, di aver pensato a sé prima che ai compagni. Al funerale di Oggioni, a Villasanta, deve allontanarsi in fretta per timore di essere aggredito. Lui stesso scriverà, anni dopo, che la violenza morale inflitta da chi accusa senza sapere non è meno pesante di quella fisica.
Il ritorno, da solo
È qui che la storia di Bonatti smette di essere solo cronaca di un incidente alpinistico e diventa racconto di carattere. Sarà proprio Mazeaud, uno dei sopravvissuti, a convincerlo a non abbandonare la montagna: senza la determinazione di Bonatti sul Frêney, ripeterà più volte, sarebbero morti tutti, non solo in quattro. Bonatti torna alle pareti, ma qualcosa in lui è cambiato: la ricerca si fa più intima, più solitaria, quasi un bisogno di confrontarsi da solo con il proprio limite, senza la variabile imprevedibile del gruppo che lo ha già tradito una volta.
Continuerà a salire negli anni successivi, fedele al suo stile essenziale e independente, fino a quello che considererà il suo congedo dall’alpinismo estremo: nel 1965, da solo, apre una nuova via sulla parete nord del Cervino, nel pieno inverno, chiudendo idealmente un ciclo iniziato tra i silenzi ostili del Frêney. Non è un caso che proprio la solitudine, già cifra della sua leggendaria impresa sul Petit Dru nel 1955, diventi ora anche il modo per fare pace con la montagna e con se stesso.
Un carattere raro
La vicenda del Frêney resta, ancora oggi, un caso di scuola per chi si interroga sui limiti dell’alpinismo, sull’etica delle grandi cordate, sul peso delle responsabilità quando la montagna decide di non lasciare scampo. Ma è anche, prima di tutto, la storia di un uomo che ha saputo portare il lutto e le accuse ingiuste senza smettere di essere se stesso: capace di tornare, da solo, dove tutto sembrava perduto, per fare i conti — davvero — con quella montagna.
Per chi volesse approfondire: Walter Bonatti, “I giorni grandi”, e Marco Albino Ferrari, “Freney 1961 – Un viaggio senza fine”.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
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