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Ferrata Nasego, Alpinismo Giovanile
Alcune immagini dell’uscita del 14 giugno










La transumanza: quando le greggi tornavano in quota
Storia della transumanza estiva, le vie erbate e i rifugi dei pastori — un paesaggio che segue ancora ritmi antichi.
C’è un momento, ogni anno, che si ripete da secoli. Quando le neve si ritira e i prati d’alta quota tornano verdi, le greggi e le mandrie riprendono il loro cammino verso l’alto. È la transumanza: uno dei riti più antichi della vita di montagna, ancora vivo in molte zone delle Alpi e degli Appennini.
Un rito vecchio di millenni
La parola deriva dal latino trans (oltre) e humus (terra): letteralmente, spostarsi oltre la propria terra. L’idea è semplice quanto efficace: d’estate, quando le vallate si scaldano e l’erba scarseggia, gli animali vengono portati in quota dove i pascoli sono freschi e abbondanti. D’inverno si scende, dove il clima è più mite e il fieno accumulato nei mesi precedenti basta a nutrire il gregge.
Questo spostamento stagionale ha modellato non solo l’economia delle comunità montane, ma anche il paesaggio stesso. I sentieri che oggi percorriamo come escursionisti sono spesso le antiche vie erbate battute per secoli da migliaia di zoccoli. I rifugi, le fontane, i muri a secco che incontriamo lungo il cammino raccontano questa storia silenziosa.

Come funzionava (e funziona ancora)
Tradizionalmente la transumanza estiva iniziava intorno a giugno, quando le nevi erano sufficientemente ritirate. I pastori, spesso giovani, accompagnavano gli animali per giorni di cammino, dormendo all’aperto o nei ricoveri in pietra costruiti lungo le vie. Erano settimane di isolamento, ma anche di libertà: lassù, con il gregge, i ritmi della giornata erano scanditi dal sole e dagli animali, non dalle esigenze del villaggio.
Oggi la transumanza sopravvive, ma è profondamente cambiata. Gli spostamenti avvengono spesso in camion, i pascoli sono delimitati con recinzioni elettrificate, e i pastori hanno il telefono in tasca. Eppure il principio di fondo è lo stesso: la montagna d’estate offre quello che la valle non può dare.
Un patrimonio da riscoprire
Nel 2019 la transumanza è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità — un riconoscimento condiviso da Italia, Grecia e Austria, a testimonianza di come questa pratica attraversi i confini e unisca culture diverse.
Per noi escursionisti, conoscere la transumanza cambia il modo di guardare la montagna. Quei prati non sono solo belli da attraversare: sono stati coltivati per secoli dalla presenza degli animali. Quella fonte non è lì per caso: qualcuno l’ha costruita perché serviva. Ogni pietra racconta qualcosa.
La prossima volta che incontrerete un pastore in quota, o semplicemente un gregge sul sentiero, prendetevi un momento per osservare. State guardando uno dei fili più lunghi della storia umana, ancora intatto.
Prossimo articolo (22–30 giugno): Temporali in montagna — come comportarsi.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
La via Cassin alla Cima Ovest: storia di una cordata che cambiò tutto
Estate 1935. Tre operai di Lecco, senza guida e senza fama, si presentano alle Dolomiti con l’intenzione di salire dove nessuno era ancora riuscito.
Riccardo Cassin non era un signore della montagna. Era un operaio di Lecco, figlio di immigrati, che aveva imparato ad arrampicare sulle guglie della Grigna con la stessa determinazione con cui avrebbe fatto qualsiasi altra cosa nella vita: completamente, senza riserve. Quando nell’estate del 1935 arrivò alle Tre Cime di Lavaredo con Vittorio Ratti e Gino Esposito, aveva 25 anni e nessuna reputazione alpinistica al di fuori della Lombardia. Tre giorni dopo, aveva aperto una delle vie più importanti della storia dell’alpinismo dolomitico.

Il problema della Cima Ovest
La parete nord della Cima Ovest di Lavaredo era, nel 1935, uno dei grandi problemi aperti delle Dolomiti. Alta circa 400 metri, con una sezione centrale di strapiombi che sembrava negare qualsiasi possibilità di progressione, era stata tentata da cordate di primo piano senza successo. La difficoltà non era solo tecnica: era anche psicologica. Quella parete sembrava costruita per respingere.

Cassin, Ratti ed Esposito ci misero tre giorni, con un bivacco in parete. Usarono chiodi con parsimonia, privilegiando la progressione libera ovunque possibile. Trovarono una linea che seguiva le debolezze naturali della roccia — diedri, fessure, brevi cengie — con un’intelligenza tattica che stupì chi esaminò la via dopo di loro.
Chi erano questi tre
Ratti era il più tecnico del gruppo, dotato di una capacità su roccia che Cassin stesso descriveva come straordinaria. Esposito era il più silenzioso, affidabile come una roccia, il tipo di compagno su cui si può contare quando le cose si complicano. Cassin era il motore, l’uomo che non smetteva di cercare la via avanti anche quando sembrava non esserci.
Nessuno dei tre aveva una formazione accademica o una famiglia benestante alle spalle. Venivano dal lavoro manuale, dall’officina, dalla fabbrica. Questa cosa — alpinisti di estrazione operaia che aprono vie di primo livello sulle grandi pareti — era relativamente nuova nel panorama degli anni ’30, e non fu accolta senza resistenze dall’establishment alpinistico dell’epoca.
“La montagna non sa chi sei. Sa solo cosa fai.” — attribuito a Riccardo Cassin

L’eredità della via
La via Cassin alla Cima Ovest viene percorsa ancora oggi da cordate di ogni nazionalità. Non è una via estrema per gli standard contemporanei, ma mantiene un carattere serio: la roccia non perdona l’approssimazione, e la storia che porta con sé aggiunge un peso specifico all’esperienza.
Cassin continuò a salire per decenni — il Pilastro Cassin al Denali, aperto nel 1961 a 51 anni, è forse la sua impresa più straordinaria. Morì nel 2009, a 100 anni. Fino all’ultimo riceveva visite di alpinisti da tutto il mondo che volevano stringergli la mano. Quella cordata del 1935 aveva lasciato un segno che non si era cancellato.
Prossimo articolo: Perché torniamo sempre su — il rischio come scelta consapevole.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
Te lo sei perso?: Sul ghiaccio ma senza scivolare – di Alessia Gerbini
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