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Festival del Cammino – Monte Isola – 13/14 Giugno
I fiori di giugno: cosa sboccia sui nostri monti
Guida alla flora alpina di stagione — rododendri, genziane, stelle alpine — con consigli per riconoscerli senza coglierli.
Giugno segna il risveglio definitivo della montagna. Mentre le valli si fanno bollenti, in quota inizia uno dei momenti più spettacolari dell’anno: la fioritura estiva. Prati che sembravano spogli di colpo si riempiono di colori, profumi e ronzii. Per chi cammina con occhi aperti, ogni escursione diventa anche una piccola lezione di botanica.

I protagonisti della stagione
Tra i fiori più iconici di questo periodo c’è senza dubbio il rododendro (Rhododendron ferrugineum), il cespuglio dai fiori rosa-fucsia che tappezza i versanti tra i 1.500 e i 2.500 metri. Difficile non riconoscerlo: cresce in grandi macchie dense e in piena fioritura trasforma i pendii in distese rosate visibili da chilometri di distanza.
A quote più elevate, tra i 1.800 e i 3.000 metri, si incontra la stella alpina (Leontopodium alpinum), forse il simbolo per eccellenza della montagna. I suoi petali bianchi, ricoperti da una peluria che la protegge dal freddo e dai raggi UV, la rendono inconfondibile. È una pianta protetta: ammirarla è un piacere, coglierla è vietato.
Non mancano le genziane, con la loro sfumatura di blu intenso quasi irreale, e i ranuncoli alpini, il tarassaco di montagna e decine di specie che un occhio allenato sa distinguere ma che anche un principiante può apprezzare semplicemente per la loro bellezza.
Come osservarli (senza danneggiarli)
La montagna è un ecosistema fragile. Alcune regole semplici aiutano a godersela senza lasciarci tracce negative:
- Non cogliere mai fiori protetti — stelle alpine, genziane e molte orchidee selvatiche sono tutelate dalla legge.
- Restare sui sentieri: calpestare la vegetazione alpina, anche involontariamente, può distruggere piante che impiegano anni a crescere.
- Fotografare invece di raccogliere: uno scatto lascia il fiore al suo posto e vi porta a casa un ricordo molto più duraturo.
Con i bambini, trasformate l’osservazione in un gioco: chi trova più specie diverse? Chi le sa nominare? La montagna diventa subito più coinvolgente.
Un consiglio per il mese
Le fioriture cambiano rapidamente con l’altitudine e le condizioni meteorologiche. Se volete godervi il massimo dello spettacolo, pianificate l’uscita subito dopo una settimana di bel tempo, quando il caldo ha spinto la fioritura in quota ma le piante sono ancora fresche. I versanti esposti a sud fioriscono prima, quelli a nord-est più tardi — una curiosità che trasforma ogni escursione in una scoperta diversa.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
Emilio Comici e il sesto grado: quando l’impossibile diventò via
Un triestino visionario, una parete che nessuno osava guardare, e una frase che riassume un’intera filosofia dell’arrampicata.
C’è una frase di Emilio Comici che ogni alpinista serio dovrebbe conoscere: voglio aprire una via che cada come una goccia d’acqua. La disse pensando alla nord della Cima Grande di Lavaredo — la parete più verticale, più liscia, più impossibile delle Dolomiti. La aprì nel 1933, con i fratelli Angelo e Giuseppe Dimai. Aveva 29 anni.
Comici era nato a Trieste nel 1901, in una famiglia operaia. Non aveva alle spalle né soldi né una tradizione alpinistica di famiglia. Aveva solo un’ossessione per la verticalità e una capacità tecnica che i contemporanei stentavano a credere possibile. Negli anni ’30 portò l’arrampicata a un livello che nessuno aveva immaginato raggiungibile: il sesto grado della scala Welzenbach, allora considerato il limite assoluto dell’umano.

La nord della Cima Grande
La parete nord della Cima Grande di Lavaredo è alta circa 500 metri. È quasi verticale per tutta la sua altezza, con tratti strapiombanti che mettono alla prova anche gli alpinisti moderni con l’attrezzatura di oggi. Nel 1933 non esistevano friend, non esistevano scarpette di gomma ad alta attrito, non esistevano imbraghi moderni. Esistevano corde di canapa, scarponi con le stuoie, e chiodi di ferro battuto a mano.
Comici impiegò tre giorni. Usò la tecnica del pendolo, si calò su corde doppie per esplorare i tratti più difficili, inventò soluzioni di progressione che non avevano precedenti. Quando scese, aveva aperto quello che per decenni sarebbe rimasta una delle vie più difficili delle Alpi.
“Voglio aprire una via che cada come una goccia d’acqua.” — Emilio Comici
Una filosofia, non solo una tecnica
Quello che distingueva Comici non era solo la forza delle dita o l’equilibrio. Era la sua concezione dell’arrampicata come ricerca estetica. La via più bella non era la più facile né la più breve: era quella che seguiva la logica della parete, che cadeva dritta come l’acqua scende per gravità. Questa idea — la linea come valore in sé — ha influenzato generazioni di alpinisti dopo di lui.
Comici aprì decine di prime vie sulle Dolomiti, molte delle quali portano ancora il suo nome. Insegnò arrampicata, scrisse, fotografò. Era un uomo capace di parlare della montagna con la stessa precisione con cui la percorreva. Morì nel 1940, a 39 anni, durante un’esercitazione di arrampicata — una corda cedette. Una fine assurda per uno che aveva sfidato pareti che sembravano inaccessibili.
Cosa resta oggi
La via Comici alla nord della Cima Grande viene percorsa ancora oggi. Non è una via per principianti — richiede esperienza su roccia e capacità di gestire l’esposizione — ma è alla portata di alpinisti preparati. Chi la percorre porta con sé il peso di quella storia: ogni metro è dove passò lui, con mezzi che oggi sembrano medievali. Se non l’avete ancora fatta, mettetela in lista. E se l’avete già fatta, rileggetevi il suo libro — Alpinismo Eroico — con occhi diversi. Troverete un uomo che pensava alla montagna come pochi hanno saputo fare.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
Te lo sei perso?: Un’esperienza unica – di Alessia Gerbini
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