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Maggio in montagna: il mese che non ti aspetti
Il mese che i frettolosi saltano e i saggi non perdono mai
C’è qualcosa di difficile da spiegare nel camminare in montagna a fine maggio. Non è ancora estate — i rifugi stanno appena riaprendo, i prati hanno quel verde un po’ assurdo che durerà poco, le cime portano ancora qualche chiazza di neve — eppure si sente già nell’aria qualcosa. Una promessa, direi. Quella roba lì che solo il caldo sa darti. Molti aspettano giugno. Secondo me sbagliano.
Maggio è probabilmente il mese più ignorato di tutto il calendario alpino. Fa ancora fresco, i sentieri bassi sono già liberi, i boschi esplodono di verde come fanno solo in primavera — e soprattutto, cosa che chi va spesso in montagna sa bene, non c’è ancora nessuno. I parcheggi deserti, i rifugi tranquilli, e la sensazione — rara, preziosa — che quel posto sia ancora un po’ tuo.

Cosa fare (e dove andare)
A fine maggio i sentieri fino a circa 1.800 metri sono in genere percorribili senza niente di invernale. I percorsi di fondovalle, i boschi, i tracciati attorno agli altopiani — l’Alpe di Siusi è l’esempio classico — sono già liberi dalla neve dalla metà del mese in poi. Roba perfetta per chi vuole riscaldarsi i motori dopo l’inverno, o per chi la montagna la conosce poco e vuole capire se fa per lui.
È il momento giusto per le mezze giornate ad anello, per guardarsi intorno e trovare le cime ancora bianche, per i fiori — genziane, anemoni, rododendri — che lungo i versanti al sole fanno cose che a luglio non vedrai più.
Qualche attenzione
Maggio non è agosto, e lo fa sentire. Le temperature cambiano in fretta, soprattutto nel pomeriggio quando i temporali arrivano quasi senza preavviso. Partire la mattina presto è la scelta più semplice e quasi sempre quella giusta. Nello zaino: qualcosa da mettere sopra, un impermeabile, e se si sale oltre i 1.500 metri un paio di bastoncini e scarpe con una suola che regge.
I rifugi, per gran parte di maggio, sono ancora chiusi. Le prime aperture arrivano sull’ultima settimana, ma conviene sempre verificare prima di partire. Meglio organizzarsi con un pranzo al sacco — e del resto, mangiare seduti su un sasso con le Alpi davanti è tutta un’altra storia rispetto a qualsiasi tavolo.
Rimettersi gli scarponi dopo mesi fa sempre una certa impressione. Il fiato che manca subito, le gambe che protestano al primo strappo. Ma di solito basta un’ora per ricordarsi perché ci si torna sempre. Maggio è già lì, e aspetta.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
Neve primaverile: bella da guardare, insidiosa da calcolare
Quando la neve cambia pelle: leggere il manto primaverile prima che sia troppo tardi
Fine maggio sulle Alpi significa una cosa precisa: transizione. La neve c’è ancora, ma non è più quella dell’inverno. È cambiata nella struttura, nella risposta al calore, nel modo in cui reagisce al peso. E proprio per questo è più pericolosa di quanto sembri.
La neve primaverile — quella che si forma e si trasforma tra aprile e giugno — è un materiale completamente diverso dalla neve fresca invernale. Di notte congela, spesso in modo compatto e affidabile. All’alba offre quella superficie dura e portante che gli scialpinisti e gli alpinisti conoscono bene — la “cotenna” su cui crampon e ramponi mordono senza cedere. Ma con il sole, e spesso più in fretta di quanto si vorrebbe, quella stessa superficie si trasforma. Si ammorbidisce prima la crosta, poi gli strati sottostanti perdono coesione. In certi versanti esposti a sud, già alle 9 di mattina si sprofonda.

Il problema non è la pendenza, è il timing
Chi ha esperienza sa che la valanga primaverile non si legge solo guardando l’inclinazione del pendio, ma soprattutto osservando l’ora e l’esposizione. Poca neve e manto nevoso fragile costituiscono un rischio invisibile, particolarmente insidioso in stagioni anomale. Maggio 2026 non fa eccezione: dopo un inverno con precipitazioni irregolari in molte zone alpine, il manto nevoso residuo è discontinuo e spesso presenta strati interni mal consolidati che il sole primaverile può destabilizzare rapidamente.
La regola aurea rimane quella di pianificare la discesa prima che le condizioni si degradino. Sulle vie classiche di media difficoltà, questo significa spesso partire nell’oscurità per essere in vetta entro le 7-8 e in discesa entro le 10. Sugli itinerari più impegnativi, il margine si restringe ulteriormente.
La neve marcia e i canali
Un capitolo a parte meritano i canali. In questa stagione attirano per una ragione ovvia: offrono linee dirette, spesso su neve ancora compatta al mattino presto. Ma sono anche canalizzatori perfetti di scariche. Anche un piccolo distacco in quota — pochi metri cubi di neve — acquista velocità e potenza in un canale stretto. Valutare il pericolo non significa solo osservare il pendio su cui si cammina, ma leggere l’intera imbuto sopra la propria testa.
Guardare la montagna, non solo il bollettino
I bollettini valanghe (AINEVA per l’Italia) restano uno strumento fondamentale, ma la valutazione in loco è insostituibile. A fine maggio i bollettini spesso segnalano pericolo “limitato” o “moderato” per le ore mattutine, con aggravamento nel corso della giornata. Questa modulazione temporale è la chiave di lettura: il numero sul bollettino è una fotografia statica, mentre la montagna è un sistema dinamico che cambia ora per ora.
Osservare le tracce di scariche recenti, ascoltare i “botti” del manto in assestamento, notare se la neve vicino alle rocce è già bagnata e lucida — sono tutte informazioni che si raccolgono camminando con attenzione, non solo con la testa sullo smartphone.
Maggio è il mese che premia chi sa leggere la montagna. E punisce chi la legge male.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
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