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Le Dolomiti di Brenta: vie classiche su un calcare tra i più belli del mondo
Una delle zone dolomitiche meno celebrate ma straordinarie — dalla Via delle Bocchette alle pareti della Cima Tosa. Storia, carattere della roccia e cosa aspettarsi.
Se le Dolomiti orientali vivono da decenni sotto i riflettori — Civetta, Tre Cime, Marmolada, Sella — il Brenta se ne sta in disparte, isolato a ovest dell’Adige, separato dal resto del gruppo dolomitico da una lunga interruzione geografica. Eppure geologicamente è a tutti gli effetti una Dolomite, l’unica a ovest dell’Adige, e per molti alpinisti che l’hanno frequentata resta la più bella di tutte. Guglie sottili, torri isolate, canaloni che tagliano pareti di centinaia di metri: il Brenta ha un’identità che non assomiglia a nessun altro angolo delle Dolomiti.

Una storia scritta da grandi nomi
Il Brenta è stato terreno di conquista per alcuni dei protagonisti più importanti dell’alpinismo dolomitico. Bruno Detassis, “il Vecchio delle Dolomiti di Brenta”, ha legato il suo nome e la sua guardia al rifugio Brentei a generazioni di vie. Ma prima di lui, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, sono passati di qui Cesare Battisti (sì, l’irredentista, anche appassionato alpinista ed esploratore di queste montagne), i fratelli Fox Tuckett, e più tardi Emilio Comici ha lasciato la sua firma su alcune delle pareti più severe. Negli anni ’30 arriva Domenico Rudatis, e nel dopoguerra le vie si moltiplicano fino ad arrivare, negli anni ’70-’80, alle aperture di Marco Furlani e Heinz Steinkötter su strutture che sembravano impossibili.
È una storia meno raccontata rispetto a quella delle Tofane o del Sella, ma non meno densa: il Brenta ha visto nascere alcune delle prime vie di grande impegno delle Dolomiti, e ha conservato fino a oggi un carattere più selvaggio, meno frequentato, quasi appartato.
Il calcare del Brenta: cosa lo rende diverso
Chi arriva al Brenta dopo aver arrampicato altrove in Dolomiti nota subito una differenza nella roccia. Il calcare del Brenta è generalmente più compatto e solido rispetto a molte pareti dolomitiche orientali, con una tendenza a formare strutture verticali, guglie e campanili slanciati piuttosto che le grandi pareti gialle a strapiombo tipiche, per esempio, della Marmolada. È una roccia che premia l’arrampicata tecnica su placche, fessure e diedri, con appigli spesso netti ma che richiedono precisione.
Non mancano comunque tratti più friabili o instabili, specie sulle vie meno frequentate o nei canali: come sempre in Dolomiti, la prudenza nella scelta dell’itinerario e delle condizioni resta fondamentale. Ma la sensazione diffusa, tra chi conosce bene il gruppo, è che il Brenta regali un’arrampicata più “pulita” e continua rispetto ad altre zone.

La Via delle Bocchette: l’itinerario che ha reso celebre il Brenta
Impossibile parlare del Brenta senza parlare delle Bocchette. Non è una singola via, ma un sistema di sentieri attrezzati (le Bocchette Centrali, Alte e Basse più la Via delle Bocchette propriamente detta) che attraversa il cuore del gruppo passando sotto pareti vertiginose, su cenge esposte, scalette metalliche e tratti di cavo. Non è alpinismo nel senso classico del termine — è un percorso attrezzato, alla portata di chi ha esperienza di ferrate ed esposizione — ma è probabilmente l’esperienza più iconica che il Brenta possa offrire, e il modo migliore per capire perché questo gruppo merita il suo posto tra le grandi Dolomiti.
Attraversarla per intero, magari in più giorni con pernottamento nei rifugi (il Tuckett, il Brentei, il Pedrotti, il Alimonta), significa vivere il Brenta nella sua interezza: le guglie, i canaloni, la luce che cambia sulle pareti durante la giornata.
Le vie classiche: dove andare per arrampicare davvero
Per chi cerca l’alpinismo vero e proprio, il Brenta offre un ventaglio di possibilità che spaziano dal facile al molto impegnativo.
Cima Tosa, la vetta più alta del gruppo (3.173 m), è circondata da pareti importanti: la parete nord-ovest e la Normale offrono itinerari di soddisfazione, mentre le vie più severe richiedono esperienza solida su misto roccia e neve, a seconda della stagione.
Campanile Basso, forse la guglia più fotografata e desiderata del Brenta, è un simbolo dell’alpinismo dolomitico: la via normale (Fehrmann) resta un classico ambito da generazioni di alpinisti, un IV/V grado in un ambiente aereo e spettacolare.
Brenta Alta e Cima d’Ambiez offrono vie più lunghe e impegnative, terreno per chi cerca giornate importanti lontano dalla folla.
Croz dell’Altissimo, sul versante opposto rispetto al gruppo centrale, propone alcune delle pareti più severe e continue di tutto il Brenta, con vie storiche aperte da Detassis e proseguite da alpinisti più recenti su placche compatte di grande respiro.
Per chi si avvicina per la prima volta, ci sono comunque itinerari più accessibili, spesso su torri minori o vie brevi vicino ai rifugi, che permettono di sperimentare il carattere della roccia senza l’impegno delle grandi pareti.

Cosa aspettarsi
Il Brenta non è un gruppo dolomitico “facile” da un punto di vista logistico: gli accessi sono più lunghi rispetto ad altre zone, i rifugi vanno prenotati con attenzione nei mesi di alta stagione, e il meteo — essendo più isolato e più alto in quota su alcuni versanti — può cambiare rapidamente. Ma è proprio questo isolamento a preservarne il fascino: meno codice, più silenzio, un’atmosfera che nelle grandi classiche orientali è ormai difficile da ritrovare.
Chi cerca solo la performance su vie affollate probabilmente troverà altrove itinerari più “comodi”. Ma chi cerca ancora quel senso di scoperta che ha reso grande l’alpinismo dolomitico — guglie che sembrano uscite da un’illustrazione, silenzio, roccia solida sotto le mani — nel Brenta lo trova ancora, quasi intatto.
Editoriale Sentieri Aperti (questo articolo è stato generato con l’aiuto dell’IA)
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