
26 Aprile 2026 – Monte Cabianca (dal canale nord) da Carona – Orobie Bergamasche
Immagina che la tua vita quotidiana sia un lungo corridoio illuminato da luci al neon: tutto è piatto, prevedibile, climatizzato. Poi, d’un tratto, decidi di aprire una porta laterale e d’improvviso sei su una ripida salita di montagna, in un canale innevato quasi verticale, e sopra di te la forte luce del sole che ne illumina l’uscita.
Una fuga, una via d’uscita per l’appunto, seppur momentanea.
E non è solo sport o uno svago, quello di andar per monti, bensì una liturgia di fiato e carne. Quando inizi l’escursione e cominci a prendere quota, il primo chilometro è un negoziato tra la mente pigra e i polmoni che iniziano a bruciare.
Ma poi accade qualcosa: il battito del cuore diventa l’unico metronomo dei pensieri e, gradualmente, tutto quello che impegnava la testa inizia a dissolversi.

Ogni passo è un patto siglato tra lo scarpone e la roccia in cerca di stabilità. La fatica smette di essere un nemico e diventa un setaccio: scuote l’anima finché tutto il superfluo — le ansie dell’ufficio, le notifiche del telefono, i banali dubbi esistenziali— cade via, lasciando sul fondo solo l’oro, solo l’essenziale.
Una delle mie preoccupazioni, che io chiamerei anche “scuse per evitare le paure” (e forse anche l’uscita), era però la “neve” che avremmo incontrato.
“Sergio ma il bollettino meteo dice che potrebbe essere instabile” – gli dissi il giorno prima, ma la sonora sbuffata di risposta mi aveva fatto capire che sapeva il fatto suo e che, in ogni caso, avremmo valutato sul posto.
“Ok, allora faccio pace con i miei timori e preparo lo zaino”. L’ultimo messaggio mi annunciava di farmi trovare pronto alle 5.25 che poi avremmo dovuto prendere anche Marco e Marina.
La destinazione era ormai quasi una routine dei nostri giri, lì sulle Orobie della Val Brembana, e questa volta avremmo raggiunto il monte Cabianca a quota 2601 partendo da Carona che si trova a 1110 metri di altitudine, in una mattina di aria frizzantina ma non troppo fredda, ed un cielo azzurro incoraggiante.
La neve iniziava appena dopo la diga del lago Fregabolgia, e proprio sopra la diga abbiamo indossato i ramponi ed il caschetto, pronti per una bella salita con pendenza già accentuata che ci avrebbe portato nel giro di un chilometro e qualcosa, alla base del canale nord del Cabianca.
Qui il sole non fa capolino e la neve è ben assestata, sicché tiriamo fuori la picozza e iniziamo lentamente la nostra salita. Non siamo soli, altri escursionisti ci precedono.

E quando la pendenza sembra farsi muro, ti accorgi che non stai lottando contro la montagna, ma stai lottando contro quella parte di te che vorrebbe arrendersi. Sfidare questa salita è l’unico modo che hai per sentire i tuoi confini, e in quel momento, non sei più un numero in un database o un profilo sui social. Sei respiro che si fa condensa, muscoli che tirano al limite del crampo e volontà pura che trascina un corpo stanco verso l’alto.
Arrivare in cima poi non è un atto di conquista, ma di verità.
Lassù, con le gambe che tremano e il sudore che ti scivola giù sulla fronte da sotto il casco, ti senti finalmente “parte di quell’immenso”. La fatica è il prezzo del biglietto per uno spettacolo che non si vede con gli occhi, ma con la testa: la consapevolezza di essere vivi, vulnerabili eppure indomabili.
Mantenendoci sulla cresta verso ovest e prestando attenzione ad evitare i cornicioni nevosi, raggiungiamo successivamente il Monte dei Frati. Qui il metallo dei ramponi stride a tratti sulle antiche rocce vulcaniche. La discesa invece avviene lungo l’omonima valle innevata, o “il vallone” come lo abbiam chiamato, chiudendo l’anello verso il sentiero che ci riporterà nell’abitato di Carona.
Le ginocchia risentono un po’ dei quasi 20 chilometri percorsi ma tanto lo so già, la montagna non ti regala nulla, ed è proprio per questo che negli ultimi metri di marcia, e prima di togliere gli scarponi, senti di aver guadagnato tutto.
– Emanuele Terzo















