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L’impresa di Natalie Grabow: a 80 anni la più anziana finisher del Mondiale Ironman
In Sentieri Aperti parliamo di montagna, è vero, ma soprattutto di persone che non smettono di mettersi in cammino. Un caro amico mi ha condiviso una bella storia ed io ho ritenuto interessante condividerla anche in questa newsletter.
Parlo di Natalie Grabow – 80 anni, finisher del Mondiale Ironman – donna che secondo me non appartiene solo al mondo del triathlon.
Perchè la condivido? Perchè la sua impresa ci ricorda che il limite è spesso più culturale che fisico, e che la passione, quando è coltivata con intelligenza, può portarci lontano a qualsiasi età. È lo stesso spirito che anima chi affronta una salita, un trekking impegnativo o semplicemente decide di uscire anche quando il meteo non invita.
Natalie Grabow, è una triatleta statunitense che, a 80 anni, è diventata la donna più anziana di sempre a completare il 12 ottobre 2025 il Campionato del Mondo Ironman di Kona, nelle Hawaii.
Un risultato che non si misura solo nel cronometro – 16 ore, 45 minuti e 26 secondi – ma nella forza di un percorso personale che sfida l’idea stessa di limite.
Un viaggio di quasi 17 ore, di cui nuoto (3,8 km): quasi 2 ore, bici (180 km): 8 ore e maratona (42,195 km): 6 ore e 40 minuti, affrontato con una calma feroce e una determinazione che ha colpito anche la sua allenatrice, Michelle Lake: “Ama le lunghe pedalate, continua ad allenarsi anche quando le consiglio una pausa. Non compete solo con i suoi coetanei: studia gli uomini della sua età e trova il modo di batterli”

Grabow non è nuova all’isola hawaiana: ha partecipato 12 volte al Mondiale, la prima nel 2006, quando aveva 61 anni e aveva appena scoperto il triathlon dopo una vita dedicata alla corsa. Con il tempo ha capito che nuoto e bici erano più gentili con le sue articolazioni, e ha costruito un allenamento calibrato, fatto di lunghe pedalate, mobilità e circa 30 km di corsa a settimana.
L’impresa di Natalie non è solo un record anagrafico. È un invito a ripensare il rapporto con il tempo, con il corpo e con l’idea di “fine corsa”.
È una storia che parla di sport, certo, ma anche di resilienza e di quella forma di coraggio quotidiano che spesso celebriamo anche sui nostri sentieri.
Emanuele_09/apr/2026
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