La Montagna che Ispira: 24 Maggio – di Domenico Franzelli

Questo scritto, che racconta di tempi di guerra, è ispirato dalla Montagna, perché è anche sulle montagne che si son combattute le guerre, ed è lì che si son potuti e si possono osservare i resti delle linee difensive, dei posizionamenti delle truppe, e anche delle numerose battaglie; mulattiere, trincee, grotte, muri a secco, croci a ricordo e reperti ferrosi vari son disseminati, come testimonianza, su pendii e cime di ogni monte che abbia determinato o determini tuttora un confine, e osservandoli, non si può fare a meno di pensare ai poveri soldati, di ogni ordine, corpo, o grado, che lì han combattuto, procurandosi ferite, morte, o danni psicologici immani. A Cresta Croce, a 3000 metri, nel gruppo dell’Adamello, addirittura, da oltre cento anni, staziona un grosso cannone, trascinato lì a mano, facendolo passeggiare sopra un ghiacciaio. Non è infrequente che con lo sciogliersi dei ghiacciai, oltre a bombe e referti vari, si trovino resti umani di chi lì ha combattuto, e all’epoca dichiarati “dispersi”.

Il 24 maggio 1915 e il 10 giugno 1940, per l’Italia, hanno avuto inizio le due guerre mondiali. Il nostro Paese (l’Italia) vi è sempre entrato quando la guerra era in corso, e tutti sanno, o dovrebbero sapere, cosa queste guerre han procurato. Oggi noi siamo in pace da 80 anni; si fa per dire, ma quale futuro si prospetta?


Andata, e ritorno, dall’orrore …
e che resti l’ultima volta.

Partirono di lunedì, di sera,
eran tanti, giovani e di bella cera.
Simili in età, affini nelle voglie,
avean tutti madre, e due moglie.

Notizie folli, proclami roboanti,
a chiamar la gioventù alle armi;
“In alto i cuori, accorrete, avanti.
È la Patria che vi chiama o Baldi.!”

Eran tutti Gnari, Pùtèi, Malnac,
Matèi, Scèc, Fiòi, Barbèi;
tutti pronti a divenir Suldàc.

In tradotta si cantava;
Martì Canù le note introduceva,
Mino Pè; poeta e fine parolier, dettava,
seguivano un gran coro e una piva; 
era l’anima di lor che si sentiva.   

Giacom Pioc piangeva; era tenero e di chiesa.
Ceco Fisa, veterano d’Abissinia e ortolano,
con Ocio Nano, carpentiere,
stava serio a disquisire;
– Ga crede poch a chei siòr le,
i dis lur che la sarà cùrtò,
ma ta edaret che bròte ròbe,
e pò, se n’va sò i monc, l’fiòcò.

Spinetta, l’occhialuto, stava zitto, muto.

E vennero gli anni tristi, i tempi atroci,
si imposero gli dei feroci, gli umani biechi,
perirono Virtù e Pietà.

Non valsero più valori né lealtà; 
cantò l’anima immonda,
al fuoco, alla morte, alla crudeltà.

Tornarono di lunedì, di sera;
eran pochi, anzi; tre;
gli altri eran morti o dispersi.
Si calaron da un carro merci,
stanchi, intirizziti e sporchi lerci.

Giacom Piòc da tanto non piangeva:
e non era più di chiesa.
Consumato e perso tutto aveva; 
le lacrime, una mano, un occhio;
ritornava monco ed orbo.

Spinetta, senza occhiali, parlava:
– È finita siamo a casa, a casa!
Ceco Fisa, di buona vista:
– Ma n’do ele le noste case?
Ede apenò ruine, mòc de sas e prede.

Giacom Pioc:
– I ma portat vià tòt,
i amici, la mà e l’òc,
ades la cà; òrares eser mort.
Ceco Fisa di rimando:
– Ma come mort?
Ta ghet la mamò che ta spetò,
e là, là, ede Lisetò, la tò murusò;
la ta spetò, va e spuselò!

– E te Spinetò? ta set de per te; che faret?
E fùrtùnat te, che ta ghet almeno stùdiat.
– Mi prenderò gli occhiali, ho ancora molto da studiare,
ma tanto voglio dire, scrivere, testimoniare,
voglio un mondo nuovo, in pace, e vorrei amare!

E tu buon Ceco, amico mio, ti posso aiutare?
hai moglie e figlio da ritrovare.
– Ades de troà, e po’, de dagò de mangià,
l’so miò come i stà, e spere be,
ma garo de das de fà.

E in quel che non si aspetta,
arrivò insperata la notizia; da Lisetta:
– Iè n’sò da la ziò Ginò, i sta be, io isc ier.
Va sò de lùr, ta edaret come iè contec de te.

Zia Gina vivea lassù, in cascina.
Ceco Fisa s’avviò, Spinetta seguiva;
nei passi una fiacca, una lentezza.
– Tre anni fa volavo, or m’impantano.
– L’val de pò per me che so n’Veterano,
ma sò là go l’me be, na famiò e na ziò,
manche da tant, ma le l’è la me itò.

– Sarà la tua la mia prima storia;
scriverò di te, della tua dura scorza,
del tuo gran cuore, della tua forza.
– Grasie amico, ma ta racomande,
contò sò po’ de Mino, Martì, Bepe e Nano,
fa che i sae miò dispirdic o morc n’daren,
e da ades desmentegac.

Con la prima stella, apparve anche la luna,
una piana verde, un monte e la cascina.
Un brusio lieve, una luce di lanterna.
Due ombre, una porta chiusa, un calpestio;
abbaiò Mimosa e si sentì una voce di donna:
– Ghè chì a che l’ùrò che perdio?
– So me, Ceco, so tùrnat, grasie a Dio!
Rispose un cigolio, un singhiozzo sterile,
una vocina flebile;
– Bubà …
… E fu felicità                                   

Domenico Franzelli


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